© religioneascuolasi

religioneascuolasi.it

RELIGIONE A SCUOLA SÌ

MATERIALI RIFLESSIONI PROPOSTE

Il nostro contributo per il cammino sinodale

Il prossimo Sinodo ci invita a ripensare la Chiesa nel nuovo contesto. Lo facciamo come insegnanti di religione che da anni operano nella scuola, o che vi hanno trascorso l'intera esistenza lavorativa e sono ormai in pensione. Ci stanno quindi a cuore le persone in crescita, che sono le ragazze e i ragazzi che frequentano le scuole italiane, insieme alla scuola come istituzione pubblica e luogo di analisi ed elaborazione culturale, spazio pubblico laico dedito alla formazione e all'educazione di tutti e – in una scuola ormai definitivamente di massa – non solo di alcuni privilegiati. L’Irc. È da quasi un secolo che una piccola luce fumigante – la cultura religiosa secondo l’Irc – rimane accesa nella realtà delle scuole di ogni ordine e grado. Lo fa in modo diverso a seconda del contesto, la città e la periferia, la provincia, le isole e la montagna. È un lumicino stentato che mantiene viva una presenza culturale che ha motivato moltissimi insegnanti di religione a continuare il loro lavoro, nonostante la possibilità di transitare ad altro insegnamento (come maestro di classe o insegnante di altre materie) potesse apparire maggiormente appagante e forse più sicura; nonostante le critiche anche feroci che periodicamente si abbattono su chi svolge questo lavoro; nonostante il frequente isolamento che si percepisce nei locali scolastici… Difficoltà da sempre affrontate e superate, pur – a volte – con non poca fatica. La constatazione di una ignoranza diffusa. Dopo questa presenza costante, anche in presenza di innumerevoli contestazioni e attacchi spesso immotivati e strumentali, moltissime ricerche documentano una diffusissima ignoranza religiosa, anzitutto sul piano culturale, che è tipico della scuola. Ciascuno di noi ha incontrato nella sua carriera qualche collega che – tra altre lagnanze – si lamentava di non poter fare affidamento su alcune conoscenze teologiche che era utile i ragazzi avessero. Pensiamo a storia, alle letterature, a storia dell'arte… Al di là di questi elementi di esperienza professionale, i dati statistici appaiono impietosi. Se è possibile, a nostro parere, sostenere che molti limiti non aiutano nello svolgimento di questo compito – una sola ora settimanale, una valutazione spesso contestata e comunque ininfluente, la frequente marginalizzazione nell'orario scolastico… – di fatto il dato rimane. È una sconfitta anche per la scuola, che non risulta essere in grado di provvedere ad un'esigenza formativa essenziale per la crescita di una persona. L'ignoranza biblica. All'interno di questo contesto – e lo facciamo con particolare rincrescimento – ci pare però doveroso richiamare il dato della scarsa conoscenza del grande codice biblico. Studiare un libro certamente fondante della cultura occidentale non è possibile nelle condizioni che abbiamo richiamato. Ed è ancora più drammatico ricordare che a scuola ci sono anche ragazze e ragazzi provenienti da paesi estranei alla nostra cultura, e che quindi non conoscono nemmeno gli elementi basilari del testo biblico. È particolarmente doloroso rilevare come siano spesso le comunità islamiche a richiamare le scuole a non dimenticare la tradizione del presepe, la cui presenza non è per loro di alcun disturbo. Per chi arriva in Occidente diviene fondamentale, per realizzare una positiva inclusione, conoscere queste elaborazioni culturali, eppure la scuola non prende in considerazione queste prospettive. Alcune domande. La situazione attuale non è semplice, ed è in continua evoluzione. Il suo evolversi potrebbe portarci a gestire una <>, con la conseguenza di dover poi inseguire una dinamica che potremmo invece governare se trovassimo il coraggio di guardare al futuro, lasciandoci interpellare dalla novità. Sorgono allora, inevitabili, alcune domande: 1. quanto è efficace, dal punto di vista pastorale ed ecclesiale l'Irc? 2. se misuriamo queste situazioni con il metro dell'adesione alla fede, possiamo dire che tanti sforzi e tante fatiche sono poco produttivi, viste le chiese vuote di bambini e di giovani insieme all'abbandono di una grande parte degli stessi giovani dopo i sacramenti. Ha senso approcciarsi alla scuola secondo questa prospettiva? 3. ha senso l'investimento in energie umane e economiche che si mette in campo, visti questi <> risultati? 4. non è meglio abbandonare la sindrome da cittadella assediata e percorrere strade profetiche, verso quelle <>, che sono poi il vero lato umano della cultura stessa? 5. non è meglio superare la paura del confronto con prospettive nuove, e percorrere umilmente sentieri scoscesi e tortuosi, che possono però portare verso nuove vette? A partire da queste domande proponiamo alcune riflessioni e uno sguardo rinnovato verso il futuro. Anzitutto, quindi, alcuni riferimenti per affrontare in modo innovativo la costruzione di un nuovo paradigma formativo educativo scolastico che coinvolga anche la cultura religiosa in modo nuovo e maggiormente efficace. La globalizzazione. Da tempo si parla di globalizzazione. Se ne discute soprattutto dal punto di vista dell’economia. Si fatica a cogliere che nelle città e nei paesi dove sorgono le scuole si sta muovendo una folla multicolore, multiculturale, multietnica. Non si tratta di una questione teorica: sono persone concrete che i ragazzi e le ragazze che frequentano le scuole, e gli insegnanti che vi lavorano, vivono ogni giorno. Tutto ciò chiede che se ne parli e si affrontino concretamente le questioni che pongono sul tappeto. Globalizzazione è presenza di lingue diverse nelle aule, è racconto di narrazioni di senso diverse, è presenza di presupposti culturali che sono a volte incomprensibili per studenti e insegnanti autoctoni. Ma significa anche che queste situazioni si possono rovesciare e quindi noi risultiamo incomprensibili a chi arriva da fuori per lingua, cultura e religione. Fare scuola è anzitutto chiarire questi presupposti, queste premesse che sono condizioni imprescindibili per condurre un’ordinata, attiva e utile vita scolastica. Parlare di programmi, di contenuti e di metodi sono cose che si pongono di conseguenza. Un contesto nuovo dopo la pandemia. Il dolore e le sofferenze che la pandemia ci ha fatto incontrare sono stati un momento certamente difficile per tutti. Nessuno ha potuto dire di non esserne coinvolta o coinvolto. Si tratta ora di far diventare memoria significativa queste esperienze. La scuola non può escludersi da questa direzione di impegno, attraverso la quale si possono evidenziare tutto il bene e il positivo che ne è emerso, evitando di lasciarsi sommergere dalle lamentele e dai rimpianti rivolti a un passato che ci si è lasciati definitivamente alle spalle. Operazione non facile, questa, ma indispensabile per poter procedere verso un futuro nuovo, con protagoniste le giovani generazioni. La pandemia ha rimesso al centro del <> – che è uno specifico della scuola – i grandi temi del dolore, della morte, della solidarietà, del senso e significato dell'esistenza, del valore della vita… come questioni che tutti devono essere in grado di elaborare liberamente e criticamente. Non si possono disilludere bambini e giovani. La pandemia ha indicato anche con particolare evidenza e forza, la necessità di riallacciare i fili della relazione tra insegnante e allievo e degli allievi tra di loro, oltre a quelle della scuola con la famiglia. Anche questo tema non può vedere assenti gli Idr e l’ora di religione: farlo per comprendere tutti gli allievi e le allieve potrebbe essere una novità significativa non trascurabile. La scuola può condurre a superare l'ignoranza religiosa diffusa. Lo studio scolastico tende a delegare all’ora di religione la tematica religiosa. Così la letteratura italiana non analizza i testi sacri, e latino e greco difficilmente lo fanno in lingua. Manca comunque la conoscenza del contesto storico culturale: basti pensare a quanto è importante conoscere il mondo egiziano e quello assiro-babilonese, oltre a quelli greco e romano. Non è possibile comprendere l’islam senza leggere e comprendere testi coranici. Come dire che il fatto religioso, nelle sue molteplici manifestazioni, è relegato in una specie di <>, di<>. Non è possibile indicare come unici responsabili dell’ignoranza religiosa gli insegnanti di religione: che dire delle università italiane che ignorano l’esistenza delle facoltà teologiche? che dire del dialogo interreligioso che è anzitutto confronto e conoscenza reciproca tra culture e tradizioni religiose diverse, nel rispetto profondo che porta ad evitare di nascondere problemi e questioni ancora aperte, se la scuola ignora tutto ciò? Se all’università toccano compiti studio e ricerca, alla scuola ne tocca un altro: aprirsi alla pluralità religiosa sul piano culturale. Sarà in grado di farlo a condizione che tutti gli allievi frequentino le ore di religione. Ma per questo diviene necessario ripensare la stessa ora di religione, introducendo contenuti appropriati secondo la logica dell’apertura all’altro per conoscerlo e rispettarlo. Aggiungendo una precisazione importante: in un mondo globalizzato, con i media e i social che portano il globo intero nelle teste (e nelle pance) degli italiani, come è possibile che i ragazzi e le ragazze – a scuola – non siano aiutati a conoscere e rispettare le grandi tradizioni religiose che popolano il mondo? La scuola non può, senza tradire se stessa, ignorare le religioni, e deve farlo come scuola e sul piano della riflessione culturale intesa come percorso di conoscenza che consente alle allieve e agli allievi di possedere le chiavi di lettura per comprendere il mondo nel quale vivono, che è l’esito di un passato e la base del futuro. Quel futuro che il post-covid ci impone di elaborare a tutti i livelli, dalla scuola dei più piccoli alle università e alla ricerca. A questo punto si potrebbe verificare la necessità di rimettere il dettato concordatario al centro di una riflessione oppure è possibile percorrere qualche impervio sentiero nuovo che la creatività italiana può elaborare. Non è qui il tempo e il luogo per specificare tale percorso: è invece tempo e luogo per approfondire il dovere della scuola di non escludere nessuno dalla cultura religiosa. Contenuti e metodi: per un nuovo paradigma. Una prima riflessione è relativa ai contenuti. La scuola italiana, dai tempi del ministro Gentile – titolare del dicastero tra il 1922 e il 1924, e autore della riforma della scuola che porta il suo nome – privilegia lo svolgimento storico: perché non pensare la stessa prospettiva per la religione? Non potrebbe che uscirne una storia del cristianesimo con alcuni spazi riservati alla storia delle altre religioni. Una precisazione è doverosa: deve essere storia, per essere in accordo con l’approccio delle altre materie umanistiche: analisi dello svolgimento e dello sviluppo del cristianesimo e delle grandi religioni nel corso del tempo. Conoscenza quindi delle dinamiche di lungo periodo che hanno caratterizzato una religione – il cristianesimo appunto – insieme al dialogo e al confronto con le altre grandi narrazioni di senso che hanno percorso – e percorrono – la storia nei secoli e nei millenni. Tutto ciò è, e non può che essere, una occasione per conoscere e riflettere (liberamente) anche sulla <> (e non solo) nel proprio costruirsi e sedimentarsi nella storia. Uno spazio non secondario potrà essere riservato alla spiritualità, non tanto intesa come rifugio rispetto al mondo concreto, ma come luogo nel quale uomini e donne di ogni tempo hanno elaborato, elaborano, il proprio personale rapporto con l'assoluto/Assoluto secondo le diverse modalità caratteristiche di luoghi e tempi differenti, e comunque capaci di generare civiltà nella storia. Spiritualità, quindi, come caratteristica umana che evolve nel corso del tempo, anche come risposta alla domanda che quelle stesse vicende impongono per dare significato e valore all'esistenza dei singoli, all'interno dei diversi popoli, durante i millenni. In questo modo, con i contenuti e il loro concatenarsi secondo un percorso storico, si ottiene una prospettiva di lavoro didattico pienamente inserito nel piano di studi delle altre materie. Specificati questi contenuti, è necessaria qualche indicazione metodologica: come è per filosofia, conosciuti e studiati i nodi fondamentali che si sono susseguiti nella storia, diviene possibile anche in questo caso riservare tempo e spazio per discussioni comunque e sempre libere. Questa libertà è una cosa preziosa, e – con il crescere dell'età – si potranno riservare regolarmente alcune ore alla discussione e al confronto, tra le diverse prospettive religiose e tra le opinioni (motivate) degli allievi. Con l'insegnante che è sempre attento garante del rispetto delle opinioni (libere, appunto) di tutti. Ancora una notazione metodologica: nella presentazione dei contenuti reputiamo significativa la scelta della metodologia narrativa, che consente di indicarli secondo una prospettiva che evidenzi le diverse narrazioni di senso e di valore, distaccate il meno possibile dall’esistenza degli allievi e delle allieve, nel rispetto assoluto delle loro coscienze personali. La guerra dopo un lungo periodo di pace. La guerra scatenata da Putin con l’aggressione all’Ucraina ha evidenziato come le questioni della violenza e del male non possano mai essere archiviate. Tornano sempre a porsi davanti agli uomini e alle donne perché l’essere umano è un impasto di bene e di male che interagiscono con la libera possibilità di scegliere l’uno o l’altro. Queste vicende recentissime ci ricordano con durezza come queste tematiche non possano mai essere escluse dal percorso educativo di chi si approssima all’età adulta, con diversità di impostazione metodologica e di consistenza contenutistica a seconda delle diverse età. L’incapacità di una visione complessa, aperta e dialogante verso altre culture e religioni – complice la mancanza di conoscenza – pone inevitabilmente i presupposti per un nazionalismo chiuso, o per una visione imperiale, che sono causa di conflitti difficilmente sanabili. Come l’invasione di Putin dell’Ucraina ci sta dimostrando. A scuola, il corso di religione – per quanto gli compete – deve farsi carico, attraverso uno studio serio e documentato, anche di queste questioni. La Chiesa può risultare significativa aiutando ad edificare. Quale il compito che può essere caratteristico della Chiesa in una istituzione laica e pluralista quale è la scuola pubblica, ciascuna scuola pubblica? Anzitutto richiamare costantemente la necessità della positiva e continua edificazione di una laicità inclusiva, capace di integrare le diverse opinioni, le diverse prospettive di senso e di valore, le diverse e grandi narrazioni: tocca alla scuola farle conoscere e rispettare, analizzare e discutere. In secondo luogo la Chiesa potrebbe richiamare la scuola a un continuo lavoro di confronto sul piano educativo, attraverso iniziative che coinvolgano anche le scuole e le aiutino a supportare ragazze e ragazzi nel difficile cammino di crescita. Mettendo a disposizione le proprie strutture attraverso liberi e rispettosi percorsi di approfondimento su questioni care alla sensibilità dei ragazzi, o alle esigenze di un istituto specifico. E infine rendendosi disponibili per tutto ciò che sia capace di edificare speranza e non più paura e sospetto. Perché, forse, è proprio questa – oggi – la sfida più significativa da vincere per edificare il futuro. Un contributo solo iniziale. Le riflessioni che abbiamo presentato vogliono solo essere un primo e iniziale contributo di pensiero, al quale ci piacerebbe che seguissero discussioni – anche accese – sempre reciprocamente rispettose e foriere di crescita ecclesiale e culturale. Ci interessa creare occasioni per confronti anche animati, sempre sereni intorno a questioni che da troppo tempo si trascinano stancamente, e con le quali la Chiesa – prima o poi – dovrà necessariamente misurarsi. Farlo da subito e con avvedutezza aiuta a valorizzare meglio la scuola e il lavoro degli insegnanti. Ovviamente siamo disponibili a un dialogo costruito insieme. Milano, aprile 2022

© religioneascuolasi